“Sono nata onda anomala in un mare/ che non conosco ancore bene ma che so viaggiare / ma che ci so restare a galla, ormai ho imparato / mi sono allenata a mie spese a mia insaputa”. (Nada Malanima, Inganno, Dove sei sei – 1999).
Da interprete a cantautrice, compositrice di versi e prose di note dalla decadenza ambrata, poeta veggente di mondi arcani in cui si specchia, disconnessa e spudorata, una realtà fatta di passione, d’istinti primordiali e bisogni intensi ed intimi, dell’intimità violata dall’incanto. E’ il 1999. Nada Malanima calca palchi da tre decenni.
Ha collaborato con alcune tra le personalità più accattivanti del panorama artistico e musicale d’Italia. Ha interpretato e re-interpretato brani di rara intensità, di toccante leggerezza, ammiccanti provocazione e ironia, freschezza ed impeto; fra gli altri, brani di Claudio Baglioni, di Riccardo Cocciante, di Antonello Venditti, di Franco Battiato, la splendida Lontano, Lontano di Luigi Tenco. Ha conosciuto e si è tatuata sul cuore la travolgente, cupa umanità di Piero Ciampi (Ho scoperto che esisto anch’io, 1973; Nada, 1977). Paolo Conte ha scritto per lei. Ha camminato al passo dei tempi, incontrando il cambiamento, insinuandone i modi, incalzandone i dettagli, intuendone le sfumature oltre l’ordinario, in equilibrio sul filo teso fra i propri successi e il bisogno di osare scelte ribelli, nemiche del mercato. Ha respirato musica, teatro, la sacralità e l’audacia delle avanguardie, la televisione, gli aromi, il gusto e le tensioni del boccascena sanremese (Ma che freddo fa, 1969; Pà diglielo a mà, 1970; Il cuore è uno zingaro, 1971, che, cantata con Nicola di Bari, vince il festival; Il re di denari, 1972, terza classificata; Bolero, 1987). Il suo Amore Disperato (1983) è stato un docile schiaffo a certi costumi destinato a lasciare traccia, oltre gli anni ottanta, fino a qui. Ha dato corpo e voce a un progetto come il Nada Trio (con Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti degli Avion Travel), restituendo all’ascolto il piacere di un certo pregiato tatto nel fare musica. Ma che freddo fa compie trent’anni ed ascoltarla emoziona come possono solo certe primavere. Come faceva freddo ha la voce indurita da cinque lustri più un inverno, ma il corpo intatto e doloroso di ciò che non può essere, che non viene dimenticato. E’ il 1999 e Nada Malanima, ora, scrive. Scrive le sue musiche e i suoi testi. Dove sei sei, prodotto da Mauro Pagani (P.F.M.), svela un cuore pulsante e schivo, acume, una memoria scaltra di sensi, di intuizioni. Il bagaglio si apre e le esperienze si scompongono per ripercuotersi su undici tracce ciascuna con la propria individualità, il proprio senno; undici canzoni (di cui Piccoli Fiumi scritta da Gianmaria Testa) che non possono essere allineate ad alcun senso comune, se non quello degli affetti più cari, delle intelligenze stimate, amate fortemente, di chi, passando, non ha potuto che rimanere: “ghiaccio fatto a pezzi nella mente / che si scioglie come sale / e tu ci sei con me” (Guardami negli occhi, brano con cui Nada partecipa a Sanremo, attirando l’attenzione di Adriano Cementano che la vorrà come interprete della sua Il figlio del dolore in un live televisivo e poi nell’album Esco di rado e parlo ancora meno). Mentre il tempo si sdebita del suo inesorabile corso lasciando alle corde vocali l’eredità di uno spessore straordinario, al coraggio l’armatura dell’ostinazione, al talento la grinta dell’unicità, Nada canta con il corpo, con le parole, con il respiro; si veste di lontananza e porta a teatro Piero Ciampi sì (con Rita Marcotulli al pianoforte, con la quale darà vita al progetto per musica sacra La terra e l’anima, e Javier Girotto al sax); si copre le spalle d’impeto e registra L’amore è fortissimo e il corpo no (2001, prodotto da Pasquale Minieri e Fausto Mesolella). Nove brani come strappi sul vestito buono delle convenzioni, inferti dalle unghie di una donna che “si è fatta uomo a volte / che è bambina soldato /… che ha liberato l’amore / che ha rovesciato montagne” (Questa donna); una donna che non chiede niente in cambio, non vuole niente, se non la buona occasione per dire la verità, ogni volta come fosse la prima, la sua verità sull’amore, sulla carne, sul perdono; la verità della rabbia, della disapprovazione, della solitudine, dell’avere osato sempre un pochino di più. C’è prontezza rock dentro a questo amore fortissimo; c’è il pathos delle ballate e la chimica elettrica dei timbri, l’elettronica di certe delle battute. C’è una femminilità prepotente che prende corpo, che si divincola da ogni schema, accordando i propri impeti alla nota dell’indipendenza, cedendo al richiamo arcano della sensualità, della fame, osando il giudizio, uno sguardo cinico ed agguerrito. Una femminilità che inebria, che imbroglia il luogo comune, che urla il bisogno, il tradimento, la durezza delle ore quando si rincorrono, quando ci scansano; un sentire che in Tutto l’amore che mi manca (ed. 2004) raggiunge lo stomaco, punge il ventre, scuote le vertebre, una ad una. Prodotto da John Parish, con la partecipazione di Howe Gelb (Giant Sand) e Cesare Basile, è un disco difficile, affascinante ed intenso, rabbioso e diretto, un carme d’immagini dalle tinte nitide, invasive, profondamente rock, aggressivamente lucido, della lucidità travagliata, inquieta di chi vive senza che la pelle riesca a proteggere il nocciolo, a tutelare il seme. Nada Malanima donna, madre, amante, figlia, angelo del purgatorio, indisciplinata sorella delle periferie, del mare, del tutto quando sfinisce il niente, di questo circo naturale dove “tutto va bene tutto va male / certo nessuno ti può salvare/ e allora corri corri che è meglio / gente per bene gente per male basta imparare a vederci chiaro / e scegliere giusto per continuare / ballare veloci in questa musica spavento / levare dalla testa il rumore che rimane / seminare il giardino e aspettare il fiore” (da Le mie madri, Fazi ed., 2003). Nada, padrona dei propri limiti, che accende il fuoco perché si spengano le luci, perché le mani possano applaudire, per una volta almeno, l’animale che respira, che vive, che si agita dentro le notti, nelle notti di ognuno: “e io mi perdo passo dopo passo lascio le mie tracce e mi ritrovo / sospesa come un’aquila che va dritta dove la vita plana distesa / come una sirena sull’acqua che vola / animale di stagione”. Le distanze sono prese, le baldorie si consumano altrove. Con il suo libro, fra le sue parole, con la drammatica interpretazione di Senza sonno (di Cesare Basile, Gran Calavera Elettrica – 2003), nei teatri, nelle piazze, con la mimica e l’ugola a fare da contraltare ai propri incubi, alle proprie ragioni, inchinandosi al pentagramma, parafrasandosi, lasciandosi schiaffeggiare dalla gestualità pungente dei testi, degli accordi di Massimo Zamboni (CCCP, CSI, porta in tour con Nada uno spettacolo ispirato al libro Le mie madri, L’apertura), vestendo le suggestioni del tango, i panni folk della Buenos Aires d’inizio secolo (Gettin’ through the mood of tango, progetto tra parole e musica di Nada e Bosso Tango Concept) Nada Malanima sceglie, continua a scegliere, a percorrere il sentiero della qualità. Un sentiero parallelo alle luci della ribalta, scosceso, che esige braccia forti, polmoni audaci, faccia tosta e la giusta dose di leggerezza. Perché è questo che stupisce, che continua a stupire: la semplicità con cui i suoi argomenti ti mordono alla gola, la sua chiarezza ti affranca dal vizio dell’autocommiserazione, il suo osare ti marchia a fuoco di melodie che si appropriano di uno spazio rendendolo luogo di accenti e di presagi, territorio in cui sostare, da cui poter scegliere di fuggire: “Basta ridere a volte ma non si fa /… Io corro scalza sulla sabbia / se non ti sposti non ti salvi, non ti salvi” (Scalza, inedito in Le mie canzoncine, raccolta del 2006). Luna in piena (2007, prodotto da Lucio Fabbri, da cui il singolo Luna in piena con cui Nada partecipa al festival di Sanremo, esibendosi tra l’altro in un particolare duetto con Cristina Donà), indie-rock nella sostanza, ha i colori dell’accadimento non impedito, dell’intimità che dialoga con la musica, con le immagini fino a svelare il segreto di un disagio profondissimo nei confronti di un mondo che ha poco a che vedere con l’idea di un mondo amabile, accettabile. Luna in piena ha il cuore in gola, ha le mani impastate di terra, i piedi tagliati dal tempo, dalle rincorse; è amore di prima mano, adulto e fiero; è un passo di danza senza simmetrie, ruvido e sensuale, poetico e rabbioso. Luna in piena ha la voce rotta, le lacrime agli occhi, il sorriso sulle labbra, un sorriso amaro ed ipnotico, dolente ed intenso; il sorriso della maschera, dei profeti, di un certo scorcio di cielo. Corre l’anno 2008, la primavera si è fatta pregare prima di concederci, leggera, il gusto di farci compagnia. Nada Malanima canterà. Sentirà. Scriverà. Libererà daccapo i propri fantasmi e di nuovo verranno a tormentarci il sonno, o a coccolarlo, o a chiederne per sé. Maggio ci consegnerà un live (Nada Live Stazione Birra, sedici brani di cui due inediti, Stretta e Novembre ) registrato lo scorso ottobre a Roma. Novembre ci regalerà il suo nuovo libro, Il mio cuore umano. Resteremo qui, a prendere, a dare. Resteremo qui, su questo sentiero di sguardi, un occhio a cercare ed uno a restituire, una mano tesa e l’altra chiusa a pugno, come ad accogliere, quasi a difendere. Saremo qui, pronti a saltare dall’altra parte (Stretta, 2008), a metterci in salvo, a scegliere la cattiva strada della coerenza, della ragione data agli stolti, degli stolti che non insegnano perché hanno sempre qualcosa da imparare. “Spendi l’orecchio e senti / che in sottofondo sempre qualcosa si muove… “.